Ma alla fine, costruiamo qualcosa?

In questi giorni sto analizzando alcune forme di espressione improduttive, fra le quali annovero anche il ‘mugugno’ sui social network.

C’è un grande interesse, finalmente, sul tema degli Open Data che trascende la loro funzione abilitante.

Ieri scrivevo su Twitter: ‘Oggi ho detto agli studenti di Scienze Politiche di diffidare da chi sostiene che l’ #opendata è la panacea di tutti i mali’

Ammetto che il sentimento dell’entusiasmo non mi affascina e che preferisco avere più dubbi che certezze ma credo sia prudente evitare falsi miti. L’Open Data è uno dei mille fattori di crescita, tra l’altro tutto da dimostrare come ho spesso dissertato qui e altrove.

Mi permetto di asserire ciò anche perchè sto studiando il fenomeno da un punto di vista professionale, anche con l’ausilio di partner stranieri in progettualità abbastanza complesse. Ma di questo parleremo ancora, spero.

Torniamo ai falsi miti. Un altro che circola da mesi è quello dell’intelligenza collettiva generata dai sensori umani. Mi spiego meglio: circola la favola della città intelligente costruita dal basso che prende spunto da due filoni:

A) la destrezza nel segnalare ogni cosa in mobilità (geotag, rating, ecc.)

B) la propensione al civick hacking (costruire app e servizi di pubblica utilità)

Molti pensano che tutto ciò possa essere canalizzato verso il decisore pubblico e scatenare una reazione positiva. Tutto da dimostrare!

Certo, l’esempio di Iris: http://iris.comune.venezia.it ha fatto da apripista e ha trasferito la logica del civic hacking verso una gestione Gov 2.0 dove la spinta del mugugno, della rivendicazione, della segnalazione dovrebbero portare a una reazione leggermente (o quasi per niente) mediata.

Il civick hacking inteso dagli amici di My Society è una forma di sostituzione alle inefficienze pubbliche:

citizen developing their own applications which give people simple, tangibile benefits in the civic and community aspects of their lives

mentre osservo che da noi diventa occasione di sviluppo applicativo di scarso valore ed esercizio di ‘mugugno’ sui social network, della serie: ‘così non va … sarebbe meglio … ora basta … ecc.)

Non vorrei che i decisori un giorno dicessero: ‘avete voluto i dati aperti? Avete i cazzbubboli per segnalare le inefficienze? Siete in grado di sviluppare app? Bene, fatelo! E tutto si sterilizza :(

Una città intelligente non può basarsi su piccole applicazioni, sensoristica e mugugno, ha bisogno di attivare il cambiamento, perchè solo grazie al cambiamento si può ottenere il miglioramento.

D’altronde vogliamo una città più sostenibile perchè ne vogliamo assaporare i vantaggi. O no?

Fra l’altro in questa dissertazione, aggiungo un altro dubbio: ma senza risultati e vantaggi concreti, non è che la gente si stancherà di segnalare, taggare, votare e far da sensore o da civic developer?

Ecco che subentra, su questo specifico perimetro della città, un altro paradigma, quello dello ‘urban hacking‘, di cui parlerò stasera a Rovigo. Per farla semplice, identifico il civic hacking come mugugno e lo urban hacking come azione.

Esempi? Ok, prendiamo un tema che mi sta a cuore, quello delle piste ciclabili …

A) Mugugno: http://www.mybikelane.com/

B) Azione: http://youtu.be/_JED6hWt4w8 – http://blogging.la/2008/07/21/new-bike-lanes-spotted-around-la/

Fra l’altro, la pratica dello ‘urban hacking’ porta in dote una forte connotazione artistica ed espressiva, non per niente viene spesso definito anche ‘culture jamming‘. Tutte queste pratiche (o azioni) sono proteste sociali e politiche più mirate a specifici contesti urbani e sono sempre accompagnate dalla reale soluzione al problema, eseguita direttamente sul campo.

A differenza del flash mob non vi è un un’azione pianificata sul tipo della prossima: http://www.globalnoise.net/ (mugugno?), ma un vero senso di pirateria urbana supportato da piccole azioni, mirate e creative.

6 commenti

  1. [...] Gigi ha espresso un certo “disappunto” perché sembra che tutto questo non venga scatenato concretamente. Io ho molto affetto per lui (nonché sincera riconoscenza per la quantità di cose che si lascia [...]

  2. [...] tornando ai miei recenti ragionamenti su Liquid feedback,  Hurban Hacking  e città più o meno intelligenti, mi chiedo se una piattaforma dove si riesca ad ibridare tutto [...]

  3. Grazie Davide, in effetti tu tocchi un tasto dolente, quello della matrice culturale e del DNA partecipativo insito in quella matrice, purtroppo anglosassone e non latina: ‘My fellow Americans, ask not what your country can do for you — ask what can you do for your country’ ….e convengo con te che dobbiamo smetterla di scimmiottare e cercare finalmente un nostro modello più adatto alla nostra cultura.

  4. Concordo con te. A mio avviso, occore comunque evitare di calare in una realtà culturale come quella italiana, strumenti partecipativi e di trasparenza propri di altre realtà senza aver ben analizzato i possibili effetti. Dobbiamo inventarci dei nuovi strumenti per la nostra realtà e il nostro contesto socio culturale. altrimenti saranno si tante tecnologie, tanta comunicazione ma resteranno tutte cose non utili ad un effettivo miglioramento …..

    1. Condivido Davide, e aggiungo che il percorso italico alla partecipazione, ma anche alla piena e uniforme trasparenza ancora non si riesce a trovare. siamo, come negli ultimi 5/7 anni sull’ egov, ancora ai tempi delle “macchie di Leopardo” dell’Open gov; e temo che il Digitalia non aiuterà molto nella diffusione standardizzata di questo modello.

      1. Caro Ugo, qui prevale l’approccio ludico e nerd, senza pensare alle motivazioni vere che dovrebbero accompagnare ogni esperienza partecipata. Spesso si tende ad esaltare il mezzo e lo strumento e le sue mirabolanti performance, senza prendere in considerazione il risultato.

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