La lezione di Luca De Biase ieri al Vega e il dibattito che ne è seguito, mi son serviti per riordinare alcune keyword che alla rinfusa si stavano affollando su un Power Point mai pubblicato.

Mi spiego meglio, il mio ruolo di docente in ambito informatico mi obbliga a guardare alle Smart Cities da un punto di vista della sostenibilità operativa:

  • disponibilità dei dati (aperti)
  • connessioni
  • regole e protocolli di interoperabilità

E con ciò il ruolo dell’informatica, in parte si esaurisce.

Il secondo gruppo di parole chiave da riordinare si desume anche dalle sissertazioni di Luca (già anticipate nel suo post di alcuni giorni fa):

  • forme
  • diversità
  • sensori
  • intelligenza collettiva

Ragionando sul concetto inconfutabile che ogni organismo vivente è diverso e unico (e la città è un organismo vivente), mi trovo in difficoltà nell’immaginare dei modelli.

Che senso ha ragionare per modelli? Che senso ha scegliere dei modelli? E, come facevano notare alcuni interventi dal pubblico: chi decide il modello, il fornitore o i cittadini?

L’eterno dilemma fra ruolo e competenza.

Ecco, qui mi diverto un po’ ad immaginare che un evoluzione culturale sia anche stimolo ad un maggiore empowerment dei cittadini che già sono essi stessi dei ‘sensori’ attivi. Non c’è bisogno di un modello industriale o applicativo per dirottare il traffico o per spostare i rifiuti o ancora per risparmiare energia, basta comunicare.

Noi ‘sensori’ abbiamo gli strumenti (ad esempio uno smartphone con gps) e abbiamo le applicazioni (ad esempio Waze o Forsquare) e il linguaggi (geo-social tagging), forse ci mancano i ritmi e il senso civico per un empowerment evoluto.

Questo è ‘urban hacking’ o, come lo vogliate chiamare, ovvero la consapevolezza che i cittadini possono sviluppare piattaforme e applicazioni, senza aspettare che la multinazionale di turno metta in opera una qualche diavoleria che dirotti il traffico, riduca dunque le emissioni e faccia risparmiare energia.

E per fare ciò, ogni città segue il suo modello.

Dunque la città intelligente è solo la somma dei cittadini intelligenti. Un intelligenza collettiva che diventa piattaforma, applica i cambiamenti, reagisce e si adatta. Crea insomma quella realtà aumentata che attinge da ciò che i ‘sensori’ veicolano in rete a beneficio della collettività