Approfittando della piacevole mattinata domenicale che finalmente sembra annunciare la primavera imminente, stamane ho messo le scarpe da jogging e mi sono catapultato al parco per fare un po’ di corsetta.
Attraversando le strade che portano al parco Albanese, ho scorto una bandiera italiana che sventolava ardita e altezzosa dal terrazzo di una casa del mio quartiere. Già, fra pochi giorni sarà il 17 Marzo e dunque si festeggeranno i 150 anni di un’unità fragile e sempre in discussione.
Tornato a casa dopo la corsa, chiedo a mio figlio di 11 anni (prima media) se a scuola gli avessero spiegato cosa rappresentava il 17 Marzo e perchè si festeggiasse con un giorno di riposo dalle attività scolastiche. Al momento mi è sembrato perplesso, quasi si sentisse colpevole di qualcosa. Ho cercato dunque di approfondire.
Volevo capire se i professori avessero dedicato del tempo su questo argomento ma, dalle sue risposte, nulla di nulla, nessun accenno. Si sta a casa. Punto!
Forse ha ragione il nostro premier, nelle scuole statali insegnano solo le gesta dei grandi eroi comunisti come Lenin, Stalin e Mao :-D. Peccato davvero. (ovviamente è una battutaccia).
Le bandiere, le nostre bandiere. Forse le bandiere potrebbero far nascere nei ragazzi quella curiosità che difficilmente dimostrano per questioni che non siano ludiche. Ma le bandiere italiane hanno ormai un significato troppo spesso legato ai successi sportivi, come ben sappiamo e come tutti ammettiamo senza pudore alcuno.
Eppure all’età di mio figlio, e forse anche prima, mi ero appassionato alla piccola vedetta lombarda, alla sua storia e alla bandiera tricolore che aveva coperto il suo piccolo corpicino. Già, il libro cuore come racconto, come epica, come senso di appartenenza di un popolo attorno all’idea di stato e di bandiera.
Certo, sarebbe più giusto dire di Regno, perchè quel 17 Marzo fu il Parlamento dell’allora Regno di Sardegna che scelse di cambiare la denominazione in Regno d’Italia, annettendo i territori liberati fino a quel momento. Ma chi se ne frega, pian piano furono annessi altri territori, spostato il Parlamento da Torino a Roma e poi, dopo la resistenza, siamo diventati una Repubblica, sventolando la bandiera priva di stemmi, scudi, aquile. Le bandiera dei tre colori così come originariamente avevano scelto alcuni studenti dell’Università di Bologna nel lontano 1794 per ergerla a simbolo della rivolta patriottica e che, poi, sarebbe diventata la bandiera della Repubblica Cispadana.
Dunque una bandiera in cui riconoscersi, in cui specchiare la propria storia, le proprie sofferenze e ricordare i martiri che hanno segnato il Risorgimento.
L’anno scorso ho scelto di passare quasi un mese lungo i luoghi simbolo dell’unità americana. Ho visitato Boston dove vi furono i primi motti contro gli inglesi, ho visitato lo scoglio di Plymouth, dove la Mayflower portò i primi Padri Pellegrini a fondare le colonie americane e poi ho visitato Philadelphia, il primo congresso, la campana della libertà per arrivare infine a Washington e capire la grandezza dello stato continente.
Ho portato con me, in quel viaggio, tutta la conoscenza che un uomo di cinquant’anni può avere sulla storia della propria nazione e ho potuto fare un confronto. Ho capito che non saremo mai italiani come loro sono americani. L’ho capito da tante cose ma, soprattutto dai simboli.
Negli USA i simboli non sono di destra o di sinistra, non sono nuovi o vecchi, non sono buoni o cattivi, sono simboli in cui tutti si riconoscono. Ma non solo negli USA ho verificato l’attaccamento ai simboli, anche in Canada, e per questo pubblico un paio di foto che, se scattate in Italia verrebbero derise. Eppure è così, in quasi tutte le case che ho visto lungo il mio lungo viaggio in auto, in ognuno degli stati dell’Unione, in ogni paese o cittadina, la bandiera sventolava sempre.
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I nostri simboli, invece, son stati derisi per anni, prima dalla sinistra, oggi dai neo indipendentisti settentrionali. Ma questo sarebbe nulla di fronte alla perdita dell’identità e della memoria che scientificamente o inconsciamente viene perseguita da tutti, in primis dalla politica e dalla scuola.
Mio figlio, non sa nulla di Pisacane, di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini. Eppure erano giovani, alcuni non ancora ventenni che sacrificarono la vita per costruire la nazione in cui viviamo. Dovrebbe essere orgoglioso e soprattutto curioso della loro storia, ma nessuno la raconta più. Nemmeno le mie figlie maggiori hanno letto il libro Cuore e forse non riusciranno mai a confrontare l’idea stessa di nazione italiana con quella francese, inglese o americana. E la colpa è mia e di noi adulti tutti che non gli stiamo consegnando una memoria condivisa e dei valori fondanti di unità e di identità.
Mai la famosa frase di Massimo d’Azeglio: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani“, potrebbe tornare più attuale. Ma chi può fare gli italiani? Un gruppo di babbioni settantenni che hanno invaso la politica, la scuola e le università? Una classe dirigente che ha abdicato a un paese telecratico e indifferente?
Gli eroi del risorgimento avevano ventanni e ci hanno lasciato una grande eredità che, come ben ha scritto Maurizio Maggiani su La Stampa rischia di essere perduta per sempre. Ci hanno rubato gli eroi, ci siamo dimenticati dell’epica e sopravviviamo aspettando un altro ciclico e inevitabile oblio.
Buon 17 Marzo a tutti!

Mio padre è l’unica persona di tutto il quartiere ad aver esposto, sventolante, il tricolore. Un vessillo talmente solitario da sembrare lui l’anomalo nel contesto ambientale.
Un grande “LIKE” a tuo padre.
Ah, a proposito di Identita’: ricordo che McCain,dopo l’elezione di Obama riconobbe il suo avversario come vincitore e diede un messaggio di unita’ “per il bene del popolo americano”. Sappiamo bene invece, qui, come vanno le cose. E ripeto la domanda: che si fa?
No comment. Qui siamo tutti avversari, o per lo meno ci hanno convinto a riconoscerci come tali.
Gigi, alcuni pensieri sparsi:
1. nella mia unica [e ormai lontana] esperienza negli Stati Uniti ricordo anch’io le bandiere americane praticamente ovunque. Un colpo d’occhio,oltre che bello, denso di significato.
2. mi ricordo che del libro Cuore c’era una versione a cartone animato. Bellissima! La ricordo ancora con tanta nostalgia…oggi i cartoni sono solo mostri e effetti speciali…
3. quanto ai babbioni settantenni…purtroppo siamo ancora noi a volerli li’. Purtroppo! Ieri sera parlavo con un amico e ci siamo detti che evidentemente non siamo ancora messi poi cosi’ male per poter reagire…ventenni erano gli eroi del risorgimento italiano; ventenni o poco piu’ sono i protagonisti delle rivoluzioni nordafricane. In Italia i ventenni sono davanti alla TV ed era l’unica generazion mancante nelle manifestazioni del 13 Febbraio. Che si fa?
Grazie dello spazio :))
Marco non lo so, non lo so, davvero.
Oltre ad essere d’accordo con te su tutto, posso solo fare un mea culpa e riprendere in mano i libri e leggerli con i miei figli.
p.s., su il Venerdì di Repubblica di questa settimana c’è un bellissimo articolo di Guido Davico Bonino dal titolo: “Carissimi editori non abbiate paura”, che critica la viltà e l’ignoranza dei commerciali che si occupano di piazzare i libri nelle librerie, nascondendo tutti quelli del risorgimento perchè INVENDIBILI.
Ti consiglio di leggerlo.
E già, purtroppo questa corsa contro il tempo dei programmi scolastici si trascina da anni, accentuandosi ulteriormente…vedrai al Liceo…:-( non sapere/conoscere le gesta e le cronache di quegli anni e’ una lacuna gravissima delle giovani generazioni….pensa quando non riescono ad arrivare (al liceo) ad approndire i disastri del novecento :-(
Approfondire? Parola inutile in una società che non sa andare oltre l’estetica del momento e non considera nessuna colorazione diversa dal bianco e dal nero.
Tuo figlio, se non sbaglio, è in prima media. Grazie alle dissennate riforme degli ultimi anni, alle elementari non ha fatto il Risorgimento, comef acevamo noi, ma solo l’Antichità, e non gli han fatto nemmeno leggere il libro Cuore, ma solo qualche stupidissimo raccontino delle moderne antologie, che tagliano Cuore e altro, perché non sono più attuali. Così è uscito dalle elementari senza aver mai sentito parlare di Cavour o di come si è formata la nostra nazione.
L’Ottocento, ben che vada, si fa in terza media. In prima media, con due ore di storia, il povero insegnante di storia e geografia è già tanto se riuscirà a finire il Medioevo. Quello di lettere non farà in tempo a far leggere nulla, perché con cinque ore risicate combatte per finire la grammatica di base. Arrivato in terza media, sentirà parlare di Cavour di striscio, perché con 2 ore di storia il povero professore avrà sempre il problema che in terza DEVE fare il Novecento, per ordini ministeriali, e andare velocissimo su tutto il resto. Benvenuto nel favoloso mondo dell’istruzione in Italia, Gigi.
Galatea, è tutto vero, ma l’occasione è così straordinaria che io terrei i ragazzi in classe anche fuori orario a parlare di risorgimento, e non solo in senso storico.