L'Open Data non decolla

L’Open Data non decolla è il titolo di un mio articolo su Nova in edicola oggi. Lo trovate a pagina 8. Per gli aficionados al blog pubblico il testo meno sintetico, che non risente delle ovvie restrizioni imposte dall’impaginazione giornalistica e che prova a delineare lo stato dell’arte sul tema in oggetto, alla luce della recente Agenda Digitale.

Enjoy

 

Il dibattito attorno all’Agenda Digitale (http://www.agendadigitale.org/) dovrebbe persuadere anche i cosiddetti “decisori” ad intraprendere, nel più breve tempo possibile, tutte le iniziative atte a sostenere lo sviluppo del digitale nel nostro paese.

Iniziative che prendono il nome di leggi, regolamenti, direttive, delibere, ecc. Insomma atti sostanziali che riescano a tramutarsi, in tempi brevissimi, in progetti e azioni concrete (nuovi processi) per la completa digitalizzazione dell’Amministrazione Pubblica, come previsto da rapporti, ricerche e molti documenti che hanno disegnato le strategie digitali mondiali ed europee (riferimento principale per l’Europa è la “Europe’s Digital Agenda”) e si sono sostanziati, a volte, in trattati come quello di Lisbona, già recepiti dalla maggior parte dei paesi membri.

servizi on line

fonte Nazioni Unite (United Nations E-­‐Government Development Database (UNDD)

Già a Maggio dello scorso anno, su queste stesse pagine, abbiamo dissertato sul vento dell’Open Government, e soprattutto dell’Open Data, individuando nella sua forza propulsiva il motore di una rivoluzione economica, prim’ancora che culturale.

Richiamarsi, ancora una volta, alle scelte dell’amministrazione Obama in termini di economia della conoscenza e sviluppo del mercato immateriale, potrebbe risultare stucchevole ed esterofilo, ma i risultati di quella sfida sono sotto gli occhi di tutti e la maggior parte dei paese dell’Europa occidentale, e non solo, stanno facendo proprie le strategie americane per sterzare decisamente verso un modello di Governo 2.0, più aperto, più partecipato, più semplice, più leggero e totalmente digitale.

Il Governo 2.0 è dunque un paradigma di semplice enunciazione ma di difficile attuazione nel caso non ci si predisponga a un’incondizionata e totale accettazione dello stesso. E’, inoltre, un modello che rappresenta un’occasione di switch-­‐off che potrebbe farsi volano per l’economia del secondo millennio.

E sono soprattutto i pilastri della trasparenza e della leggerezza della Pubblica Amministrazione a indicare la strada che porterebbe i decisori a formulare tutti gli atti possibili per rendere disponibili i dati in formato non proprietario, dunque a liberarli definitivamente dal giogo della proprietà pubblica, come sta già accadendo in Regione Piemonte (http://www.dati.piemonte.it/). Per farne cosa?

Partiamo proprio da questa domanda e dai percorsi possibili per indicare una risposta che convinca gli amministratori pubblici a prodigarsi in questa pratica.

1) Perchè?

Se sulla filosofia generale a sostegno del paradigma complessivo non vi sono particolari remore, vi è altresì una maggior difficoltà nel comprendere i reali vantaggi economici.

Tutto il percorso americano (ma anche quello inglese) di avvicinamento all’Open Data Government, è conseguenza della crisi economica e delle risposte che le menti più illuminate hanno cercato di dare a questa grande rottura epocale e prima grande crisi del capitalismo globalizzato. Ma non basta fare esempi, non basta indicare le buone pratiche, bisogna far vivere l’esperienza, coinvolgere il decisore, farlo partecipe.

2) Come?

Con grandi azioni di sistema, oppure basandosi sulle buone pratiche proposte dai territori. Ma siamo in Italia e tutto ciò stenta a decollare nonostante l’enfasi dedicata al tema (fra le risorse) anche nell’Agenda Digitale.

Ma non siamo l’America e non abbiamo una direttiva governativa e nemmeno una piattaforma o una strategia condivisa. Per questo motivo, fenomeni come quello del Civic Hacking rappresentano un percorso alternativo, forse radicale e anarchico, ma pur sempre utile per vivere l’esperienza.

Vediamo intanto cos’è il Civic Hacking come pratica, prima ancora che paradigma: ”Il civic hacking è una pratica indotta dal senso civico che presuppone una certa dimestichezza con le tecnologie digitali, atta a utilizzare dati pubblici, liberati, per sviluppare applicazioni che portino benefici tangibili alla collettività“.

open gov

La liberazione dei dati, laddove non venga gestita per consapevolezza o scelta dell’amministrazione pubblica (vedi l’esempio del Piemonte), può passare attraverso la pratica del data scraping o, meglio ancora, del web scraping.

Tecnici, esperti, smanettoni, insomma programmatori web con strumenti appositi sono in grado di accedere alle informazioni presenti su un sito web (più esattamente sul server web del fornitore di informazioni) e di estrarle in una forma strutturata ma GREZZA, per predisporle, poi, ad un riutilizzo applicativo più creativo.

Gli strumenti non mancano, a seconda dei linguaggi di programmazione o dei browser utilizzati sui quali far girare le plugin atte allo scraping (grattare, demolire, raschiare…). Alcune di queste sono suggerite da Wikipedia o reperibili sul sito di The EasyBee. Raschiando il web possiamo trovare, inoltre, anche delle guide molte interessanti sul tema, come quella proposta dallo ScraperWiki.

E se lo possono fare gli hacker, perché non potrebbero farlo direttamente le Amministrazioni Pubbliche?

3) Chi?

La risposta non è facile. Lo stato centrale continua a latitare, nonostante l’Europa ci richiami espressamente al tema e l’associazionismo si stia prodigando per disseminare ovunque questa cultura (Datagov.it). Di fatto, a un mese circa dalla proposta dell’Agenda Digitale, di un’azione di sistema non vi è ancora nemmeno l’ombra.

Forse le aziende che gestiscono l’ICT della Pubblica Amministrazione (non abbiamo usato a caso questo enunciato sottile e polemico) non sono in grado di garantire il passaggio al Governo 2.0. Troppo occupate a digitalizzare le vecchie procedure per ripresentare sul web senza alcuna componente interattiva e sociale.

E questo è un tasto dolente che non aiuta a supportare la strategia digitale del paese. Il settore ICT in Italia, secondo l’ultimo rapporto Assinform, è in grandissima crisi, sta perdendo continuamente competitività e assiste inerme a un continuo calo occupazionale. Di fatto, non si innova, non investe e non è capace di concorrere al disegno di strategie.

Per tutto il settore Pubblica Amministrazione, che rappresenta pur sempre uno dei clienti più importanti per le aziende ICT, il digitale è una voce di spesa, un onere da razionalizzare in tempi in cui i bilanci pubblici sono sempre più contenuti.

Proprio in questi giorni, la notizia di una mail ufficiale recapitata a tutto il personale scolastico italiano (docente e amministrativo): “…Il servizio è gratuito per i docenti ma ha un costo per l’Amministrazione: pertanto, al fine di ottimizzare l’impiego delle risorse finanziarie utilizzate per la gestione del servizio di posta elettronica, si comunica che il 28 febbraio 2011 si procederà alla disattivazione delle caselle di posta elettronica istituzionale dei docenti che risulteranno, nella stessa data, non utilizzate dal 1 aprile 2010.”, rappresenta benissimo i sentimenti di chi è preposto a gestire l’ICT pubblico come voce di costo.

Eppure la soluzione per questo specifico problema, sarebbe a portata di mano e si chiama cloud computing. Basterebbe sedersi a un tavolo con i fornitori di soluzioni IT e scegliere la miglior piattaforma cloud gratuita. Solo a titolo di esempio, Google offre le Google Apps for Education in modo gratuito a tutte le scuole.

Ma per farlo, bisogna prima saperlo, confrontarsi, ascoltare. Così come il solito Obama (sempre lui) ha fatto alcuni giorni fa cenando con i presidenti delle maggiori aziende ICT americane. La foto, che ha fatto giustamente il giro del mondo, sta a significare una capacità e un umiltà unica nel confrontarsi con i protagonisti dell’innovazione e renderli partecipi del cambiamento dell’intero apparato pubblico.

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Chiediamoci, infine, se in Italia l’azione di cenacoli, gruppi, movimenti, può bastare a convincere i governanti a intraprendere la stessa strada?

Forse non a livello di sistema, ma sicuramente a livello di persone e di territori si. Anche se l’Agenda digitale non è stata qualificata dalla maggioranza di governo e, nemmeno dal maggior partito di opposizione che, esattamente una settimana dopo, ne ha presentata un’altra quasi in concorrenza.

E’ necessario convergere, mettere insieme le migliori pratiche che i giovani amministratori e i giovani manager, nei loro territori, stanno già sperimentando. Sono tutte pratiche che fanno tesoro di modelli affermati: Open Data, Cloud computing e Social Media Apps. Dunque innovazione a costo zero.

Ed è su questo paradigma che bisognerebbe convergere tutti. Oggi il web è una piattaforma operativa che permette di ridurre i costi di gestione IT per concentrarsi sui progetti e dunque sulle idee. Se la pubblica amministrazione continua a gestire l’IT non avrà mai il tempo di innovare e se non innova la Pubblica Amministrazione, tutto il sistema ne risente.

4) Quando?

Qui la risposta è facilissima: Con l’Agenda Digitale, abbiamo dato 100 giorni al governo. Prendere o lasciare. Altrimenti potrebbe essere troppo tardi.

6 risposte a “L'Open Data non decolla

  1. D’accordo su tutto, tranne un paio di cose sull’email per le scuole:

    …Il servizio è gratuito per i docenti ma ha un costo per l’Amministrazione: pertanto, al fine di ottimizzare l’impiego delle risorse finanziarie utilizzate per la gestione del servizio di posta elettronica, si comunica che il 28 febbraio 2011 si procederà alla disattivazione delle caselle di posta elettronica istituzionale…”, rappresenta benissimo i sentimenti di chi è preposto a gestire l’ICT pubblico come voce di costo. Eppure la soluzione per questo specifico problema, sarebbe a portata di mano e si chiama cloud computing. Basterebbe sedersi a un tavolo con i fornitori di soluzioni IT e scegliere la miglior piattaforma cloud gratuita. Solo a titolo di esempio, Google offre le Google Apps for Education in modo gratuito a tutte le scuole.

    più o meno un anno e mezzo fa ho fatto un po’ di web scraping sul sito che pubblica gli indirizzi email @istruzione.it delle scuole pubbliche italiane, per raccogliere informazioni per un articolo. Ho avuto una percentuale di risposte MOLTO minore della percentuale di notifiche di errore per casella piena, o inoltrata a indirizzi ormai inesistenti. Per dire che se i professori (ma il discorso vale per tantissime altre categorie, nel pubblico e nel privato) non gli si danno validi motivi per usare un servizio, conta ben poco come è offerto. A parte questo, le Google Apps for Education gratuite richiedono un account google per usarle? In caso affermativo, perchè un’organizzazione educativa pubblica dovrebbe contribuire al profiling a scopo pubblicitario dei minorenni di cui ha la responsabilità?

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  3. Ciao Gigi,
    scusa, ma perchè non partire noi dell’associazionismo? mettiamo insieme tutte le teste, che sono tante e funzionanti, e cominciamo a farla noi un’agenda digitale..
    Evitiamo di aspettare e, soprattutto, che ci si trovi davanti a qualcosa che non va nella direzione sperata.
    Pensiamoci.
    Un saluto.
    Morena Ragone

    • Le teste usano la rete e altri contesti per relazionarsi, trasferire buone pratiche, disegnare paradigmi, ecc. Ma le strategie le devono fare i politici eletti e che hanno cariche di governo.
      Purtroppo sono impegnati in altre faccende che esulano completamente dal contesto economico e digitale.
      Credo che per loro sia difficile, quasi impossibile percepire i benefici economici di un economia digitale. Non riescono a toccarla e proprio perchè è immateriale la snobbano.
      Sull’Agenda già ci ha pensato l’Europa, basterebbe recepire le linee guida e adottarla, magari partendo proprio da (http://www.agendadigitale.org/).
      Grazie del contributo

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