Uno dei temi affrontati sabato sera a Padova, durante la presentazione dei libri, è stato quello della digital literacy. Lo spunto alla discussione è stato offerto anche dalla recente Agenda Digitale.
Si conveniva, più o meno tutti, che il freno più grosso all’innovazione e alla competitività nel nostro paese non è l’infrastruttura, non è la diffusione delle tecnologie, bensì l’alfabetizzazione delle masse. Siamo un paese telecratico, teledipendente e teledeficente. Eppure non è stato sempre così.
Ringrazio alcuni degli intervenuti che mi hanno fatto ricordare il mitico Maestro Manzi e la sua trasmissione “Non è mai troppo tardi“. La trasmissione veniva mandata in onda a cadenza giornaliera dalla RAI ed era organizzata col sostegno del Ministero della Pubblica Istruzione. Alberto Manzi prima di un conduttore era un pedagogo e aveva l’ingrato compito di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che avevano superato l’età scolare.
Fra i convenuti a Padova l’altra sera, si auspicava un azione simile a quella del rimpianto Maestro Manzi per educare milioni di italiani al digitale. Forse è troppo tardi, aimè.
Da piccolo era il mio programma preferito: appendevo tabulati ad una lavagna e ci facevo segni con i pennarelli, spiegando cose che non conoscevo a persone inesistenti (e quindi disinteressate). Ora faccio il formatore in un’azienda informatica, penso al Maestro Manzi ogni volta che scrivo qualcosa, certe volte lo faccio apposta. Ma a parte le questioni personali, concordo sul fatto che sia molto tardi per troppi, anche tra insospettabili. Comunque non c’è esperimento che non vada tentato per porre rimedio ad una carenza culturale suicida per questo paese.
Ho curato un progetto di formazione informatica per ultrasessantenni: mai vista tanta motivazione.
In queste ultime ore son riuscito a scoprire che c’è più di un progetto nel cassetto, a livello nazionale, ma restano in standby per problemi di budget.
L’esperienza di insegnamento agli adulti è, per esperienza generalmente e comunemente riportate, tra le più gratificanti. Gli adulti, a differenza degli adolescenti in età scolastica, sono più consapevoli dell’impegno del docente e più motivati all’apprendimento. Ciò è vero anche per situazioni “limite” come ad esempio l’insegnamento nelle carceri. Dubito quindi che per Manzi fosse “ingrato” il suo compito di insegnamento.
Quanto alla necessità della alfabetizzazione digitale mi trovi invece assolutamente d’accordo. Ma qui il discorso si fa decisamente molto ampio e complesso: si tratta infatti non solamente, non più, di superare difficoltà di ordine tecnico e/o di adottare nuove pratiche di utilizzo. Vi sono altre difficoltà legate, a mio parere, alla strabordante esposizione alle notizie, ai contenuti, alle informazioni che il vivere gli ambienti digitali comporta. Le mie difficoltà quotidiane sono ormai legate per lo più alla necessità di scegliere, momento per momento, cosa prediligere come oggetto del mio interesse. Molti ne rimangono spaventati e confusi: è questa l’attuale necessità di alfabetizzazione.
Infatti di metodo, di paradigma, di approccio, di condotta, di nuovo stile di vita, si dovrebbe parlare. E tutto questo è sociologia e cultura. IMHO
Penso che finchè nelle scuole si disincentiva all’uso dell’informatica perchè sono i professori che non sanno tenere il passo con i tempi e si ritiene internet un tabù la strada sia impervia!
basterebbe invertire il flusso e fare in modo che siano gli alunni i technology steward
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l’informatica e l’educazione
che bella idea
:-)))
http://webeconoscenza.blogspot.com/2008/05/non-mai-troppo-tardi-la-visione-di.html
Infatti!