Silenzio

Leggevo di convegni e studi sulla “vita lenta“. In effetti dobbiamo provare a riappropriarci di una certa calma. Provare a riflettere e, soprattutto ad ascoltarci.

Poi, a volte, dobbiamo imparare proprio a stare zitti. Completamente zitti. Perchè chi tace non sbaglia, non dice cazzate, non offende. E non è costretto a smentire, ribadire, correggere, ecc.

Web 1.0

Un altro pezzo di web 1.0 se ne va per sempre. Leggo della chiusura di Geocities dove avevo alloggiato pagine web negli anni ’90 e dove tenevo un account di posta che mi informava sulla vita della comunità di Yahoo.

Va detto che quando Yahoo comprò Geocities, si era percepito subito che sarebbero stati guai. Poi crollò Xoom (tenuto in vita dalla ripresa di Virgilio), mentre altri (come Tripod) cambiarono il modello di business.
Insomma, il Web 2 era già alle porte.

geomail

Yahoo non sta vivendo un gran periodo e continua a chiudere servizi che non danno profitto.
A me piace pensare che il pluralismo sia un valore e che i servizi “live” si possano ancora scegliere fra diversi competitor.

Ma non è così. Google si sta mangiando tutto e Microsoft piano piano, stà rosicchiando piccole quote di mercato sui servizi di hosting.

A me piace pensare che un mondo alla Geocities, alla Angelfire, alla Tripod, alla Xoom,  sia ancora possibile e che si possa continuare a scegliere.

geoweb

Il cloud in azienda

vmware

vmware

Si aspettava da tempo la mossa di VMware (o meglio di EMC2 che la controlla) nel settore del cloud computing.

Tempo fa, osservavo le acquisizioni per capire se EMC2 sarebbe uscita con un offerta in competizione con Amazon, Goolge e Microsoft.

Spesso, parlando anche con tecnici e commerciali di EMC Italia, avevo chiesto: “quando sarà possibile elaborare una virtual machine in house e poi deployarla on the cloud?“. La risposta era vaga, perchè è vero che VMware potrebbe offrire una soluzione tipo ESX on the cloud ma, per la storia e il modello di business di EMC, non sarebbe forse la strada più adatta.

Infatti, dopo gossip, webminar che dicevano e non dicevano, finalmente è uscito il modello di business per il cloud anche in casa EMC”. E si tratta di VMware vSphere.

clipped from www.vmware.com

Primo sistema operativo cloud del settore, VMware vSphere™ sfrutta la potenza della virtualizzazione per trasformare i data center in infrastrutture di cloud computing semplificate e consentire alle organizzazioni IT di erogare servizi di nuova generazione, affidabili e flessibili, che fanno uso delle risorse interne ed esterne e garantiscono massima sicurezza e rischi contenuti.

Facendo leva sulla potenza della collaudata piattaforma VMware® Infrastructure adottata da oltre 130.000 clienti, VMware vSphere™ riduce sensibilmente i costi operativi e di capitale e incrementa il controllo sui servizi IT garantendo al tempo stesso la libertà di scegliere qualunque tipo di sistema operativo, applicazione e dispositivo hardware, sia eseguito internamente all’azienda, sia erogato da risorse esterne.

VVMware vSphere™ è il primo sistema operativo cloud del settore equipaggiato dei seguenti gruppi di componenti:

  • Servizi di infrastruttura 一 L’insieme dei componenti che consentono la virtualizzazione completa di server, storage e risorse di rete, nonché le loro aggregazione e specifica allocazione on demand alle applicazioni, sulla base delle priorità aziendali.
  • Servizi applicativi 一 L’insieme dei componenti che forniscono i controlli integrati sui livelli di servizio di tutte le applicazioni eseguite su VMware vSphere™, a prescindere dal tipo di applicazione o sistema operativo adoperato.

VMware vCenter™ Server fornisce l’amministrazione dei servizi di infrastruttura e applicativi, nonché l’automazione delle attività operative quotidiane assicurando massima visibilità su ogni aspetto dell’ambiente VMware vSphere™, sia esso di grandi o piccole dimensioni.

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E quindi i giochi son fatti.
Il cloud, se sono un azienda o un organizzazione dalle dimensioni sostenibili, me lo faccio in casa e ne divento soggetto erogatore.
Staremo a vedere.

… ma Indro ride

di Claudio Marino

Queste riflessioni nascono dalla febbre. Non la mia: quella che da settimane a sprazzi assilla mio figlio. Così, come capita di rado, sono rimasto a casa.  E, evento ancora più raro, facendo zapping in TV cercando per lui un cartone animato innocuo ho avuto la sventura di imbattermi in un incredibile programma, di quelli che oggi si chiamano “di intrattenimento” per nobilitarli, forse perché non altrimenti (s)qualificabili.

Un piccolo giornalista intervistava un noto giornalista a proposito di un grandissimo giornalista, delle idee politiche di quest’ultimo e del presunto cambiamento ideologico avvenuto negli ultimi anni della sua vita. Discutevano del sorprendente voltafaccia operato da quest’uomo, di come egli avesse equivocato il significato della nuova politica ed il senso dell’impegno di un nuovo politico, di come si fosse, in buona sostanza, lasciato ingannare dai proclami di una parte politica, dimenticando il suo credo ed i suoi trascorsi.

Sentenziavano sulla parzialità di una faziosa (ma illuminante) trasmissione di un fazioso (ma bravo) giornalista, che tendeva a strumentalizzare alcune frasi di questo padre del giornalismo per appropriarsi della sua “dote” di uomo tutto d’un pezzo, di rigore morale, portandolo come stendardo nella battaglia politica contro il Cavaliere.

Tutto ciò condito da affermazioni tendenti a spiegare come egli non scrivesse i libri ed anche alcuni articoli a sua firma ma li “approvasse” soltanto, come per ridimensionare l’aura di rispetto che, a sette anni dalla sua morte, ancora moltissimi gli riconoscono.

Ne viene fuori il ritratto di un uomo profondamente diverso dall’idea che molti si erano fatti. Non un convinto difensore delle sue personalissime idee, ma di un uomo umorale che prendeva posizione in base a simpatie e antipatie, un ariete da sfondamento disposto anche a passare sopra le sue convinzioni pur di andare contro chi impersonava il potere.

Non ho mai letto assiduamente Montanelli, non mi curavo delle sue idee politiche e sono certo che Marco Travaglio non è l’unico depositario del suo pensiero: questo però non gli toglie il diritto di citarlo o di usare le sue interviste per dimostrare come invece il grande vecchio si fosse fatto, ancora una volta, una sua personalissima idea della politica italiana, del suo impoverimento ideale e della sua deriva utilitaristica.

Mi dispiace che il diretto interessato non possa replicare a chi ritiene di reinterpretarlo: questo tentativo mi sembra corretto come l’interpretazione del testamento biologico di un malato alimentato e idratato artificialmente contro la sua volontà. Però, pensando allo stupore ed al dispiacere esternato dal grande Indro in una delle sue ultime interviste, quando gli si chiese di commentare chi lo giudicava un comunista, forse è meglio che non sia qui.

Mi piace pensare che il diretto interessato, sornione, se la stia ridendo di chi lo critica, di chi lo elogia, di chi cerca di trovare motivazioni occulte alle sue posizioni: constatando con un pizzico di amarezza l’esattezza delle sue previsioni. Tra le quali anche il futuro del suo giornale, caduto in mani incapaci di svolgere con la stessa dignità quel lavoro che egli tanto amava.

Amministrare 2.0

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Ieri ho fatto una full-immersion romana al seminario “AMMINISTRARE 2.0: NUOVI PARADIGMI PER
LA PROGETTAZIONE DI SERVIZI ON LINE
“.

L’occasione è stata utilissima perchè i discenti si son dimostrati molto proattivi e hanno reso interattiva e dialogica la sessione.

I nodi al pettine……molti ancora da sciogliere?

A) La cultura digitale del paese e quindi della Pubblica Amministrazione. Chi è il driver? I millennium, il mainstream, la scuola, la formazione continua, gli stili di vita?

B) Customerization, User Experience, Crowdsourcing e Partecipazione. Slogan e filosofia, o azione concreta?

C) Best practice. Sicuramente ottimi spunti, ma troppo poche (a tal proposito schiaffo qui il link dell’articolo di Wired su Venezia)

D) Offrire servizi web 2 è semplice ma il back-office della Pubblica Amministrazione è piegato su processi farraginosi e incomprensibili. Direi “diabolici”!

E) L’organizzazione delle risorse è ancora tutta tesa a gestire “processi”. La contingenza e la manutenzione di questi processi di back-office non permette visioni futuribili e quindi non c’è il tempo per generare progetti di valore.

F) L’innovatore è visto come disubbidiente e spesso fuori dalle righe. Nella PA viene sempre premiato chi lavora “sotto traccia”. L’emersione del talento non è una pratica da favorire.

G) La comunicazione della PA è ancora troppo autoreferenziale e non solo per colpa dei politici.

…………….e molte altre considerazioni.

SAVE THE DATE:

Il 12 Maggio proviamo a scrivere il Cluetrain Manifesto della PA a questo incontro.

Mentre il 13 Maggio, per favore, datemi una mano a gestire quest’onda anomala: http://barcamp.org/InnovatoriPA

p.s. e non dimenticate che è sempre attivo il voto di scambio di antica memoria :-)

Update: A proposito di voto di scambio e campagne elettorali non posso non condividere lo scherzetto che mi ha fatto Caterina

Il G8 di luglio a L’Aquila

tenda

……ma dove alloggeranno i capi di stato e le loro corti? Nelle tende? Boh! … ah, forse sì, non doveva arrivare anche Geddafi?

clipped from www.corriere.it

La prossima riunione del G8, programmata a luglio nell’isola sarda della Maddalena, sarà spostata a L’Aquila. La decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri che si è svolto in via eccezionale nel capoluogo abruzzese……….

………….Chiedo scusa al presidente della regione Sardegna, che non abbiamo avuto modo di avvisare!

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In effetti il commercialista lo si avvisa solo quando arriva il conto!

Liberateci dalla libertà

di Claudio Marino

Ci sono frasi, o anche parole, normalmente di uso poco frequente in certi contesti, che improvvisamente si risvegliano dal letargo in cui il gergo le ha confinate. Esse assurgono a nuova vita, come semi germogliano, come piante crescono, come fiori sbocciano e si diffondono velocemente nelle espressioni, nei discorsi, persino nei nomi. “Un aiutino” di televisiva memoria; “… e quant’altro”, usato spesso a sproposito come finale di una frase per evitare il consunto eccetera; “efficienza”, bandiera sventolata nella bocca di ogni amministratore, pubblico e privato. Sono tutte locuzioni che, a guardar bene, servono più a chi ascolta che a chi le pronuncia: servono per dare un’idea di come si vuol fare, senza dire cosa si intende fare. Servono a legittimare il ruolo, anziché l’azione, a garantire attorno a chi le usa un’aura di eroismo, correttezza, democrazia.

Una di queste è “libertà”.

Oggi, è innegabile, siamo molto più liberi di qualche tempo fa. Ma a sentire qualcuno abbiamo sempre più bisogno di libertà, ne siamo affamati e quasi ossessionati: ed ecco la libertà sbocciare e diffondersi dovunque.

Libertà di scelta, permettendo al proprio corpo di sopravvivere alla propria coscienza, concretizzata nella libertà (?) di garantire a tutti il proseguimento dell’alimentazione e dell’idratazione, anche forzata.

Libertà di coscienza, permettendo di combattere la diffusione di malattie con l’astensione sessuale, concretizzata nella libertà (?) di mettere al bando altri metodi.

Libertà di fare ciò che si vuole a casa propria, concretizzata nella libertà (?) di non chiedere al vicino la sua opinione, poiché colpevole di aver rispettato le leggi.

Libertà di voto, consentendo di esercitare il diritto di non partecipare ad un referendum senza essere condizionati dal dover votare nello stesso giorno per altre elezioni, concretizzata nella libertà (?) di occupare piacevolmente un’altra domenica di giugno.

Libertà costituzionale (per pochissimi), che consente di decidere se affrontare un processo penale o meno, concretizzata nella libertà (?) di garantire l’indipendenza della propria casta da tentativi eversivi di delegittimazione.

Libertà di azione, esercitata con il boicottare un palcoscenico internazionale, perdendo un’occasione per condannare il razzismo in ogni sua manifestazione, per alcuni; oppure esercitata scegliendo di essere presenti sullo stesso palcoscenico solo per offendere interi popoli, per altri.

Libertà tutta politica di inserire la parola “libertà” nei nomi di qualunque formazione politica (Partito delle libertà, Sinistra e libertà e compagnia bella), scegliendo però da soli programmi, contenuti e organi decisionali.

Libertà per la RAI di concorrere ad armi pari con i network commerciali (che ne pensa Sarkò?), concretizzata nella libertà (?) di scimmiottare programmi beceri ma di grande appeal, rendendo le parole “servizio pubblico” veramente ridicole.

Libertà di insultare persone e intelligenze dei telespettatori con i programmi di cui sopra (che tutti stigmatizzano per la vergogna di ammetterne la dipendenza), ma ponendo al tempo stesso limiti alla diffusione delle idee in rete, unico vero (anche se imperfetto) esempio di democrazia della conoscenza.

Libertà di usare i peggiori sentimenti come paura, odio, egoismo per legittimare azioni che non trovano fondamento in alcun principio morale se non l’istinto di sopravvivenza, incontrollabile nella bestia ma addomesticato nell’uomo.

Abbiamo veramente bisogno di questa libertà? Ci sentiamo davvero rappresentati da chi la porta in trionfo come un’icona sacra?