Ieri sera ho assistito al dibattito pubblico “La sinistra divisa. Gli anni di Enrico Berlinguer e Bettino Craxi”, organizzato dalla Fondazione Pellicani.
Massimo Cacciari ha moderato dapprima un dibattito fra Petruccioli e De Michelis, e poi ha animato la discussione chiedendo ai moltissimi presenti (sala stracolma con moltissimi astanti costretti a rinunciare) di intervenire con domande e opinioni.

Il tema metteva a confronto due visioni della “sinistra italiana” (quella socialista e quella comunista) che, se fossero state convergenti negli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso e potendo contare sulla maggioranza quasi assoluta del paese (47% dei voti) forse, avrebbero potuto cambiare i connotati della società attuale.
Ma la storia ha bocciato quella sinistra e l’analisi di Petruccioli e De Michelis ha assolto completamente i due protagonisti di quegli anni messi a confronto dal dibattito (Craxi e Berlinguer) in quanto parte e conseguenza di uno schema politico più complesso e non totalmente determinabile dal loro spessore e dalla loro abilità politica.
La tesi di Petruccioli è quasi tutta basata sulla mancanza di identità nazionale e di senso di appartenenza a una nazione/stato. Secondo l’ex presidente della RAI, è difficile che la sinistra italiana si identifichi in una “nazione”, nonostante a parole sembri quella più interessata ai valori della costituzione.
L’dea di stato/nazione è un incompiuta soffocata dal trauma del fascismo. Infatti, secondo Petruccioli, l’unico momento di unità vera e di riconoscimento in un’identità univoca è stata la prima guerra mondiale, mentre la resistenza aveva sì un unico nemico, ma si presentava già con due idee ben precise e distinte di Stato. Quella del PCI e quella della DC.
Petruccioli, nella sua analisi, corre all’indietro fino al risorgimento e invita a rileggere il libro di Rosario Romeo “Risorgimento e Capitalismo” dal quale si evince che già dall’unità d’Italia si era ben delineata una insofferenza al concetto di Stato, per lo meno nel modo in cui siamo abituati a vederlo nelle grandi nazioni europee.
Per Petruccioli questo paradigma di “NON-NAZIONE” premierà sempre la destra italiana e consiglia al popolo di sinistra di considerare l’Italia alla stregua di quello che i leghisti considerano “la padania”.
De Michelis, invece, attribuisce la divisione della sinistra italiana alle decisioni prese a Yalta. Si azzarda persino a sostenere che, forse, per l’Italia era meglio una soluzione come quella tedesca, due stati separati uno filo occidentale e uno filo orientale per lasciar trascorrere il fiume della storia fino al collasso del comunismo e addivenire a una riunificazione più tarda.
Questo perchè, nonostante i tentativi di avvicinarsi alle logiche e alle dinamiche occidentali, il PCI si è sempre ostinato a sostenere le politiche di Mosca anche nell’imbarazzo generale dovuto al puntamento dei missili verso l’occidente durante la guerra fredda.
De Michelis, senza mezzi termini, arriva a dire e a sostenere con anedotti (quello sulla scala mobile è stato un po’ fischiato dalla platea), che Berlinguer facesse il doppio gioco. Da una parte tendeva al compromesso storico, all’avvicinamento alla Nato e a un progressivo sganciamento da Mosca ma, dall’altro interagiva costantemente con il Cremlino per avere aiuti non solo economici.
In questo modo solo Craxi, secondo De Michelis, rappresentava un idea di sinistra moderna, che sapeva governare ma anche dialogare con Arafat, sfidare la giunta cilena e sfidare gli americani a Sigonella e fidelizzare gli italiani con politiche di sviluppo economico adeguate.
Tutti e due, però, hanno sostenuto che le divisioni della sinistra sono state più marcate delle unioni (sindacato, giunte locali, cultura progressista). Entrambi hanno vissuto la diaspora della sinistra come un solco difficilmente colmabile e, anzi, da marcare con dei distinguo sempre più palesi.
Cacciari ha sostenuto che il PCI degli anni ‘80 è stato un tappo conservatore. Nel momento in cui poteva trarre vantaggio dagli sconquassi del ‘68 e della stagione del terrorismo per cambiare forma allo stato e alla costituzione (Cacciari è un convinto federalista), si è chiuso in un conservatorismo di protezione che è diventato sinonimo del no a prescindere. Etichetta che ancora oggi identifica la sinistra radicale italiana.
In conclusione vorrei fare delle osservazioni anche rispetto al dibattito che è seguito.
Sono perfettamente conscio che un terzo di italiani è ancora di sinistra e vorrebbe una casa comune ma, alla luce dei fatti, non riesce ad intercettare l’elettorato di mezzo (l’altro terzo è ovviamente di destra) che vede la sinistra poco adatta a governare e a difendere gli interessi di profitto.
Si, perchè questo è un grande problema. Una parte consistente della politica di centro e dei suoi rappresentanti (e fra questi iscrivo gli ex-socialisti della PDL) tende a difendere le politiche di profitto a discapito di quelle di salario. La difesa del salario non è più vista come un valore e diciamolo, non è di moda!
Questo potrebbe far pensare che, in fondo, siamo un popolo fascista e l’anomalia del ventennio tanto anomalia non è. Forse è vero.
Un giorno Wolly mi disse una frase che mi ha fatto ragionare: “chiediti perchè molti politici affermatisi a sinistra transitano poi a destra e non avviene mai il contrario!”. In effetti è vero.
La sinistra ha da sempre una scuola politica eccellente e più attiva e più culturalmente all’avanguardia, ma non riesce mai a concretizzare gli ideali in azioni di governo (quelle poche volte che ci arriva).
Anche il fascismo è nato da uno spin off socialista, per cui non stupiamoci di Berlusconi e della sua crescita sotto l’ala protettrice del PSI.
De Michelis non è pessimista sul futuro e dice che l’appartenere all’Europa ci aiuterà. Primo perchè Berlusconi non fa nessuna politica strutturale di sistema e subisce completamente quelle europee (per fortuna), secondo perchè l’Italia non potrà mai ridefinirsi in una nuova forma di nazione, non c’è tempo. Dovrà adeguarsi a una di quelle esistenti a livello europeo. Petruccioli è più pessimista e si augura che, mentre a sinistra si continua a cercare una linea e un leader, Berlusconi non si acciacchi perchè, alla fine, sostiene l’unita l’Italia.Pur tenendola per la pancia e non per il cervello ma, mancando lui ci sarebbe lo spettro di una nuova Jugoslavia.
Bah! Non mi convincono. Piuttosto sono consapevole che l’italiano medio è opportunista e quindi fascista. E che è molto difficile adottare politiche di difesa e di incremento dei salari. Oggi il consenso non si ottiene più con il pane, ma con le lobby e le armi di “distrazione di massa” come la televisione. Su questo terreno la sinistra deve rimodularsi e ridisegnarsi.
Ultime considerazioni amare di Petruccioli: Nel resto d’Europa i partiti che sono usciti dalla seconda guerra mondiale sono ancora tutti vivi e vegeti e governano con alternanza. Da noi proprio oggi, con la nascita della PDL, i partiti tradizionali sono TUTTI definitivamente morti.
Cattivo presagio?