La Tunisia è così lontana che sembra vicinissima

Vederli marciare a Parigi ci ha rassicurato. Erano li per noi, per difenderci. Marciavano a braccetto formando un cordone, quasi un picchetto che simbolicamente voleva significare: ‘non passeranno‘.

Ed erano molto vicini a noi anche perchè Parigi era vicina, come lo è sempre stata. Anche Tunisi sarebbe vicina, anzi vicinissima. Come tutto il Nord Africa d’altronde lo è sempre stato Stesso mare, stesso cibo, stessa cultura.

Si, è la terra di Cartagine, delle guerre romano-puniche. C’è tanto occidente fra quelle terre e fra quelle genti berbere, arabe e latine. Più di quanto siamo indotti a pensare.

Eppure noi non marceremo per loro. I capi di stato e di governo non marceranno per loro. Anzi cominceremo a considerare quelle spiagge dorate come luoghi ostili, da cancellare dalla carta geografica dei nostri viaggi.

Ci terremo strette le nostre paure e li lasceremo soli in balia delle bandiere nere e di un futuro incerto, per loro e per noi.

Tunisi è lontana, molto più lontana di Parigi.

Duri i banchi

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Non ho mai nascosto a nessuno il pensiero e il giudizio su chi ha recentemente amministrato la città dove sono nato e dove tutt’oggi vivo. Questo pensiero lo resi pubblico, anche manifestando tutta la mia ingenuità, quando intrapresi la breve avventura con Reset.

Anche oggi, dopo la tornata elettorale appena conclusa, nutro sentimenti di amore estremo per la mia città, ma grande diffidenza sugli squali sempre pronti a divorarla.

Partiamo dal presente, da oggi. L’elemento più significativo di questa tornata elettorale è sicuramente la punizione. I veneziani (quei pochi che sono andati a votare per il ballottaggio) hanno punito chi li ha mal governati. Ora si gira pagina.

– Cosa aspettarsi?

Difficile fare previsioni a caldo, bisogna prima capire se il neo sindaco Brugnaro e i suoi più fidati collaboratori riusciranno a formare una squadra forte e soprattutto competente, senza farsi imbrigliare dalle logiche della spartizione e dell’opportunismo.

Non sarà facile. Se ai tavoli delle trattative siederanno i politicanti (per capirsi quelli che hanno già promesso poltrone e prebende in una logica di voto di scambio) la vedo dura. Se invece prevarrà l’idea di una ‘giunta del sindaco’, forse le cose potrebbero cambiare per davvero.

Brugnaro ha detto più volte di non sentirsi ne di destra ne di sinistra e ieri sera si è dichiarato disposto ad aprire le porte della giunta anche a personalità dell’opposizione. Solo promesse elettorali? Solo comunicazione? Staremo a vedere. I classici 100 giorni potrebbero dirci qualcosa in merito.

–  Gli sconfitti

Molti di loro non l’hanno presa bene. A leggere alcuni deliri sui social network sembra che dobbiamo aspettarci l’invasione delle cavallette. Dimenticando del tutto le altre piaghe già patite.

Solo uno dei tre sfidanti alle primarie del centro sinistra (Jacopo Molina) riesce a rimanere lucido:

‘…Questa notte abbiamo subito una sconfitta pesante. Non è nient’altro che il giudizio dei cittadini sul ventennale governo della città. Se la candidatura di Casson non ha saputo rappresentare quella rottura rispetto al passato che la Città ci chiedeva, ….
…. Si tratta di capire se vogliamo restare fermi oppure fare qualche passo in avanti come comunità politica. Perché questa sconfitta non riguarda solo Casson.
Come classe dirigente del PD dobbiamo interrogarci sulle responsabilità che hanno portato a questo risultato…’

– I problemi

Rimangono moltissimi e difficili da risolvere. La città è stata letteralmente spolpata favorendo un inciucio affari/politica che ha determinato quello che poi è emerso dalle inchieste. Per sostenere tutto ciò si sono anche create innumerevoli e inutili aziende pubbliche e partecipate con il solo scopo di riempire di denaro pubblico le tasche di chi poi manovrava il consenso e l’assenso su tali manovre.

Il turismo è fuori controllo. Il commercio allo sbando. Il degrado ha raggiunto ogni quartiere. E poi grandi navi, Arsenale, cantieristica, abusivismo, città metropolitana, ecc. ecc. E tanti eccetera lasciati li a decantare per anni.

Molti intravedono in Brugnaro un novello Gentilini, ossia sindaco-sceriffo tutto proteso all’estetica e poco alla sostanza. In effetti questo sarebbe un pericolo, visto che i problemi della città sono di sostanza e le casse del Comune disastrate. Speriamo abbia la capacità di farsi aiutare da chi ne sa di economia, finanza e anche tecnologia, perchè la città sembra vecchia e non capace di sfruttare al meglio nuovi paradigmi che si stanno imponendo nel resto del pianeta.

– Trasparenza e partecipazione.

Se pochi vanno a votare il problema è certo dei partiti tradizionali che non hanno saputo superare il modello di rappresentanza tradizionale.
Forse è ora e tempo che si dia maggiore ascolto a componenti diverse, più liquide e spontanee che, durante i prossimi anni di mandato potrebbero essere consultate al di fuori del rituale delle urne.

Per fare ciò bisogna ridare fiducia mostrandosi trasparenti e inclusivi. Una vera sfida, ma si può fare anche con le tecnologie. I dati aperti servono a rendere la macchina comunale quella ‘casa di vetro‘ che tutti auspicano.

– Rappresentanza e impegno civico

Visti i risultati di ieri e la conseguente composizione del nuovo Consiglio Comunale, sembra che finalmente in una città obbiettivamente piccola come la mia Venezia, i partiti escano ridimensionati.
La maggior parte degli eletti proviene infatti da civiche o liste collegate al candidato sindaco.
Questo potrebbe garantire maggiori margini di manovra per una giunta del sindaco, libera dai dictat delle segreterie di partito.

– Coerenza

Lasciamoli lavorare, per alcuni mesi. Poi coerentemente dobbiamo essere pronti a non concedere sconti.

Insomma, ‘duri i banchi‘ ma ‘ocio al tacuin‘ :)

 

Come si fa una tesi di laurea

Umberto Eco è conosciuto dai più per una serie di lavori divenuti poi famosi al cinema come ‘Il nome della rosa’ o il ‘Il pendolo di Foucault’. Pochi sanno che il suo testo più gettonato negli anni ’70 fu ‘Come si fa una tesi di laurea‘, manuale che lo rese famoso fra tutti gli studenti universitari del tempo, sottoscritto incluso.

Questo saggio/manuale ha rappresentato perfettamente l’approccio top-down tipico del flusso culturale e scientifico in voga il secolo scorso. Ovvero quel flusso, o meglio ancora quella struttura organizzativa e conseguentemente di processo, che prevedeva un dotto pluridecorato come portatore unico di verità verso una serie di sudditi ignoranti che potevano abbeverarsi solamente alla sua fonte.

Il dotto portatore di verità si avvale tuttora di una serie di titoli accademici e di competenze che il popolo ignorante albergatore dell’odierno web sociale non può nemmeno comprendere, tipo: semiologo, massmediologo e fonomenologo, tanto per citarne alcuni.

Ovviamente Umberto Eco rappresenta al meglio e con ampi e continui riconoscimenti questa specie di dotto esperto mega-super professorone che, rispetto alle nuove tecnologie ma soprattutto rispetto all’espansione e inclusione di massa che esse determinano, si sente obbligato a stigmatizzare la sua superiorità culturale e lo schifato distacco.

Il problema di fondo che assale lui e i suoi simili, e al quale non sanno dare una risposta, è che davvero oggi uno sconosciuto persino agli inquilini del suo condominio può diventare un personaggio influente in rete. Ciò tormenta Eco e altri suoi pari al punto da portarli a condannare tutti quelli che hanno influenza in rete come ignoranti, incompetenti o meglio ancora: imbecilli.

L’ultima uscita di Eco fissa per sempre questa supposta superiorità culturale e non lascia scampo a interpretazioni diverse: ‘Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità’.

Dunque influenza è diverso da competenza. E ci mancherebbe altro. Nessuno obbietta questo.

Il problema vero sta nel riconoscimento della pari dignità.

Questo Eco non lo tollera. La dignità va riconosciuta solo ai dotti certificati, mentre agli influenti viene assegnata la gogna da ‘bar sport‘.

Per fortuna sappiamo che le cose non stanno esattamente così e ciò che ha reso grande la rete è proprio la sua capacità plurale, inclusiva e tollerante che ha permesso a chiunque di esprimere, oltre che le proprie discutibili opinioni, anche la creatività, l’originalità, la ricerca di traiettorie innovative nonchè la convinzione e la certezza assoluta che tutto può essere condiviso per consentire a chiunque di migliorarlo e renderlo utile ai più.

I benefici dell’innovazione digitale non sono per tutti

Il Mit Tecnology review ha recentemente pubblicato una lettera aperta sull’economia digitale che suggerisce alcune azioni concrete al fine di estendere i benefici indotti dalle tecnologie digitali, e dall’economia che ruota intorno ad esse, anche a chi sinora non ne ha tratto vantaggi o, addirittura, a chi ha subito svantaggi a conseguenza delle stesse.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston ed altri ancora, ritengono che:

Negli ultimi 20 anni la maggior parte delle famiglie statunitensi ha rilevato una marginale – o inesistente – crescita economica, la percentuale di reddito nazionale che viene distribuita tramite i salari è calata dal 2000, e la classe media negli Stati Uniti, una delle creazioni più grandi del nostro paese, sta scomparendo.

Outsourcing e offshoring hanno contribuito alla crescita di questi fenomeni, ma dovremmo tenere in mente che la stessa recente ondata di globalizzazione fa affidamento sui progressi nelle tecnologie di informazione e comunicazione. I fatti fondamentali sono che viviamo in un mondo sempre più digitale e interconnesso, e che i benefici di questa ondata tecnologica sono stati molto irregolari.

Ondate precedenti hanno portato con esse un incremento nella domanda di lavoro e sostenuto la crescita di lavori e stipendi. Questa volta, la situazione sta portando diverse persone a domandarsi se le cose andranno diversamente o, per parafrasare diverse testate giornalistiche, se i robot divoreranno i nostri lavori

Sul tema è intervenuto anche Luca De Biase con un affondo abbastanza deciso sui guasti che la comunicazione e la persuasione sugli effetti benefici del digitale sta generando.

Il tema merita una profonda riflessione perchè mette in luce molti problemi reali che spesso vengono sottovalutati. Specialmente in Italia.

E’ chiaro che user empowerment e consumerization stanno spingendo paradigmi e tendenze nuove e tutto ciò impatta pesantemente non solo sugli stili di vita ma, soprattutto, sull’economia, sulla democrazia e sulle politiche in genere.

L’ eCommerce, ad esempio, nella folle corsa tesa a ridurre sempre di più i tempi di consegna, obbliga distribuzione e logistica a lavorare H24. E ciò induce il sistema tradizionale della grande distribuzione, ma anche il retail, a inseguire se non a uniformarsi. (In UK Tesco rimane aperto 24 ore. Negli USA Target e Walmart chiudono a mezzanotte)

I Social Media usati come sistemi di costumer care, cambiano completamente il modo di assistere il cliente finale sia da un punto di vista temporale che fisico. Reinventano i team di supporto, usano i Big Data per fare analisi e finalmente ammazzano l’odioso ticket! (Oggi stesso mi ha telefonato un addetta di Bakeka.it che ha visto un mio annuncio su eBay chiedendomi di postarlo anche da loro perchè avrai avuto maggior probabilità di successo).

Il cloud computing semplifica, accelera, standardizza ma pone un problema serio: il dominio dell’asset è altrove. L’Europa arranca, l’Italia è presente sul tema solo come utente finale.

La fabbricazione digitale non è solo MIT centrica, è vero, e potrebbe trarre benefici dalla ricerca e dalla creatività italiana. Ma manca un presupposto essenziale: le grandi aziende non adattono makers e non sostengono i Fab Lab.

La Banda Larga e soprattutto Ultra Larga sembra la panacea di tutti i mali, ma rischia solo di beneficiare i grandi carrier con finanziamenti pubblici e i content provider con le subscription degli utenti finali (due ospedali collegati fra di loro per telemedicina sono ancora sperimentazione, non la norma).

E così all’infinito. Perchè ogni tecnologia non offre solo opportunità, ma sconvolge processi, organizzazione, relazioni e certezze.

Eric Brynjonlfsson, Andrew McAfee, Steve Jurveston chiedono ai dirigenti d’azienda di sviluppare nuovi modelli organizzativi ed approcci che non solo accrescano la produttività e generino benessere ma creino opportunità su una base più ampia.

Non lo dicono chiaramente, ma forse immaginano qualcosa che partendo dalla sharing economy provi a declinarsi in impresa sociale per raggiungere il traguardo che definiscono come ‘prosperità inclusiva‘.

Ma non hanno le risposte a tutto, pur essendo americani e dunque molto disponibili al cambiamento.

Per chi volesse partecipare alla ‘creazione di una società basata sulla prosperità condivisa’ che sarà possibile se ‘aggiorneremo leggi, organizzazioni e ricerca per cogliere le opportunità e superare le sfide che questi stessi strumenti stanno ponendo’, qui c’è il modulo di adesione: http://openletteronthedigitaleconomy.org/

Fenomenologia di un tweet

Hai voglia a dire che i blog son morti e che i social fanno terra bruciata.

Io non mollo. Il mio blogghino ormai anziano e sempre meno curato è uno sfogatoio, spesso anche un pensatoio o un luogo della memoria, dove mettere alla rinfusa roba che prima o poi ti riproponi di ritirar fuori.

Però se vogliamo misurarcelo, forse il blog non tira più come una volta. Hai voja a far numeri, far visite, misurar statistiche. Con Twitter e Facebook tutto è più facile anche se molti affermano che è troppo veloce, fugace, etereo. Si perde la memoria. Si rischia l’oblio nel mare magnum di quel rumore sociale che tutto avvolge e tutti esalta.

Infatti è per puro caso che mi imbatto sulla bacheca di Giovanni che proprio sul faccialibro rilancia una foto sul tema #cookielaw. Insomma un contenuto. Giovanni rilancia un contenuto sui social, così come deve essere, anche con il pericolo che nessuno se lo fili.

Non faccio molto caso al link della foto e commento il post di Giovanni con un semplice: ‘geni‘.
In effetti il post muore li, con un altro commento e nessuno che se lo fila.
Poi prendo la foto e la rilancio su Twitter. Tanto per far casino, incrociare i flussi e spammare un po’ perchè il contenuto mi sembra carino e assolutamente di attualità.

 

Nelle prime ore succede poco o niente. Qualche like, qualche retweet. Poi nel weekend passano un po’ di amici influenti (quelli che io chiamo ‘hub-forti’) e lo rilanciano contribuendo a un lento ma inesorabile crescendo di citazioni, retweet, like e visualizzazioni che, al momento in cui scrivo, son già arrivate a 20.000.

Numeri da capogiro che un post sul blog mai e poi mai avrebbe raggiunto.

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Tanta roba insomma, tantissima che dimostra come non è del tutto vero che Twitter, in particolare, sia poco adatto ai contenuti.

A questo punto, e solo oggi, sono andato a guardare il blog di partenza, tanto per capire chi fossero i macellai geni assoluti di questo thread. Mica l’ho capito ancora :)

Purtroppo non c’è modo di commentare e mi sembra strano e assolutamente ingiusto che quel post abbia solo 18 condivisioni su Twitter. Il merito è suo, solo suo.

O forse no, lo è anche delle dinamiche di Twitter.

Non è un posto per lurker

Ebbene si, dopo tre anni dal ridimensionamento logistico e dal cambio di sede, il nuovo format di ForumPA è maturo per fare un paio di considerazioni.

A) La partnership con gli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano ha garantito contenuti e approccio scientifico. I numeri sono conoscenza, sapere, consapevolezza e punto di partenza per prendere decisioni. Un valore aggiunto incredibile che quest’anno si è visto tutto.

B) L’evento di apertura si è svolto quasi tutto senza cravatta. Non è una considerazione marginale. Forse è tempo di svestire gli abiti da passerella e intendere ForumPA come un luogo di incontro informale dove chi ha voglia di fare si occupa di contenuti e non di forma. Fondamentale è stata, in questo caso, la partenza con Riccardo Luna e i Digital Champions sul palco, tutti rigorosamente senza cravatta :)

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C) Laboratori, laboratori e ancora laboratori. Meno seminari e convegni. Più laboratori e aree networking dove stringere alleanze, condividere strategie, scambiare buone pratiche e soprattutto co-progettare.

Un esempio su tutti il laboratorio Open Data Lazio sul quale mi son divertito anche a fare lo storyteller:

D) La cena sociale. Momento fondamentale che anno dopo anno consolida le relazioni far un manipolo di innovatori incalliti. Anche quest’anno è stata un collante fondamentale. Chi non c’era deve solo rosicare per un altro anno :)

E) Meno stand, meno fuffa. Lo so che a ForumPA gli stand garantiscono entrate ma sinceramente non me ne sono filato nemmeno uno. Troppo bello lavorare, troppo inutile girovagare alla ricerca di gadgets come ancora ho visto fare da parte di diversi lurker.

Ecco direi che lo slogan per il prossimo anno potrebbe essere: #NONE’UNPOSTOPERLURKER e uno degli ulteriori miglioramenti nel percorso di ammodernamento del format, probabilmente potrebbe essere questo:

Faccio cose, vedo gente, twitto molto

 

Andiamo avanti

Qualche generale coglione che ha perso battaglie già vinte lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche imprenditore coglione che si è fottuto l’azienda e soprattutto ha fottuto i suoi dipendenti lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche ministro coglione e incapace lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche primario coglione che ha sbagliato operazione e fottuto il paziente lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche allenatore coglione che ha sbagliato tutte le scelte e si è fottuto la finale lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche giornalista coglione che ha scritto cose non vere lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche ingegnere che ha costruito un ponte che poi è venuto giù come un castello di carte lo abbiamo già avuto, vero?

Qualche sindacalista coglione che ha firmato accordi assurdi e penalizzanti per i lavoratori lo abbiamo già avuto, vero?

Ora mi spiegate perchè fra tanti presidi capaci e in grado di valutare non possiamo sopportare di averne qualcuno di coglione e mandare comunque avanti una cazzo di riforma della scuola che sia una?

 

Una città 2.0

L’ho sempre sostenuto che i voti si conquistano fra la gente, con l’incontro, la conoscenza, la discussione e il confronto.

Se poi vuoi fare l’Obama de noantri, nessun problema, i social sono a portata di mano. Usali bene ma con gli stessi principi: incontro, conoscenza, discussione e confronto.

Ieri ho visto alcuni sfidanti alla poltrona di sindaco aggirarsi fra i gazebo con l’aria triste che contraddistingue questa campagna elettorale. Non da meno son tristissimi il loro tweet. Non una battuta, uno slancio, un flame, una foto curiosa che riesca a scatenare un numero di retweet o di interazioni tale da meritare interesse.

Davide Scano (M5S) 108 follower. Account silente dal 19 Ottobre 2014. Praticamente non pervenuto. Non mi son nemmeno scomodato a guardare le statistiche. Userà Facebook, sembra di si. Contento lui ma, come dice mio figlio: ‘Facebook è per vecchi’ :)

Mattia Malgara (Lista Civica poi confluito in lista Brugnaro) 1247 follower, 362 updates finora, frequenza di circa 4,5 tweet al giorno, non riesce a generare più di tre retweet. Replica pochissimo. Un nubbio insomma!

Felice Casson (PD) Candidato di punta e dato dai più per vincente quasi sicuro. 3699 follower, dotato di staff (si evince ma non lo evidenzia). Account aperto solo a Dicembre 2014 ma che ha generato già 3654 updates con una media di 30,8 tweet al giorno. E qui si capisce che dietro c’è un team, anche se poi si perde in siparietti con account troll, anonimi che portano in dote un max 20 follower e un’influenza sociale alquanto dubbia.

Buona l’immagine comunicativa sulla pagina del profilo. Sobria, essenziale e con un payoff comprensibile.

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Luigi Brugnaro (Lista Centro Destra) 616 follower, 1970 updates, frequenza circa 33,9 tweet al giorno.
Poca interazione, ha un paio di retwitter assoldati come @fabioViane1 (che praticamente ritwitta tutto ai suoi 106 follower) e @SimonVenturini che con i suoi 792 follower è il più seguito fra i candidati della lista Brugnaro e un certo @CarloZerbo che ha soli 16 follower ma ritwitta tutto!
Ha comunque uno staff e lo enfatizza ponendo il suffisso [staff] su diversi tweet, significando così un corretto distinguo da ciò che è informazione/cronaca proposta dai suoi collaboratori a ciò che invece è il suo pensiero personale.

Francesca Zaccariotto (Civiche di Centro Destra) 995 follower, 1513 updates dal Giugno 2011 per una media di circa 2,7 tweet al giorno. Curiosità, un pensionato (tale @angelinozamuner) è il suo più costante retweetter mentre @NicoloLeotta ogni giorno ci fa sapere che la sostiene e voterà per lei, riproponendo lo stesso tweet :)

Pessima l’immagine comunicativa sulla pagina del profilo. Stesso avatar/buddy sovrapposto e payoff incomprensibile: ‘Ex Presidente della Provincia di Venezia, moglie e mamma‘??? Magari ci dicessi che vuoi fare il sindaco forse sarebbe meglio.

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Dotarsi di un team che metta un po’ di ordine non sarebbe male. Anche se la Zaccariotto, e secondo me a ragione, preferisce di buon grado l’approccio analogico.

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Gian Angelo Bellati (Lega + civiche) 60 follower, seguito da uno staff (o almeno sembra, visti i tweet con il suffisso). Troppo poco per qualsiasi considerazione in merito.

Pizzo (Venezia Cambia 2015) non pervenuto. Usa l’account della civica? 155 follower . Praticamente non pervenuto.

Alcune comparazioni dicono che fra di loro, su Twitter, si ignorano. Carini vero?

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Bellati, sembra aver preso un accelerazione nelle ultime ore.

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Comunque continuo a monitorarli da qui: https://twitter.com/webeconoscenza/lists/politici-veneziani/ Una lista pubblica che aggiorno ogni tanto e che spero di poter veder crescere in qualità e non solo in quantità.

Enjoy